Ammettiamolo: quando senti parlare di “fondi interprofessionali” probabilmente ti vengono in mente scartoffie, burocrazia, pratiche da compilare in triplice copia e qualcuno in giacca e cravatta che parla per due ore senza dire nulla di concreto.

È comprensibile.

Il mondo della formazione finanziata in Italia non ha esattamente la fama di essere semplice e accessibile.

Eppure, proprio per questo motivo, ogni anno una quantità enorme di denaro — denaro che in parte è già tuo — rimane sul tavolo, inutilizzata, e alla fine torna nelle casse comuni senza che tu abbia visto un solo euro di ritorno.

In questo articolo proverò a smontare quella sensazione di complessità e raccontarti, in modo diretto e senza giri di parole, cos’è davvero un fondo interprofessionale, come funziona, e soprattutto perché tu — titolare di uno studio professionale, di una piccola impresa, di un’attività con qualche dipendente — dovresti iniziare a usarlo adesso.

Il punto di partenza: quei soldi che stai già versando (e probabilmente non stai recuperando)

Iniziamo da un fatto concreto. Ogni mese, per ogni dipendente che hai, versi all’INPS una serie di contributi previdenziali.

Tra questi c’è una voce che si chiama contributo dello 0,30% sulla retribuzione imponibile, destinata al finanziamento della formazione continua dei lavoratori.

Non è un contributo volontario: lo paghi comunque, lo paghi sempre, indipendentemente da quello che fai.

Ora arriva la parte interessante.

Quel contributo, per legge — precisamente la Legge n. 388 del 23 dicembre 2000, art. 118 — può essere destinato a un fondo interprofessionale anziché finire semplicemente nel calderone dell’INPS.

Se scegli di aderire a un fondo, quella quota viene accantonata in un conto a tuo nome (o messo in un pool condiviso da cui potrai attingere) e puoi usarla per finanziare corsi di formazione per i tuoi dipendenti.

Se non aderisci a nessun fondo, quei soldi finiscono comunque all’INPS, che li usa come meglio crede e tu non li vedi più. Fine della storia.

Tradotto in termini pratici: se hai 5 dipendenti con una retribuzione lorda media di 25.000 euro annui, stai versando circa 375 euro all’anno solo per questo contributo.

Piccola cifra? Sì, presa da sola.

Ma moltiplicata per gli anni in cui non hai aderito, sommata ai finanziamenti aggiuntivi a cui potresti accedere tramite avvisi pubblici, il quadro cambia decisamente.

Cosa sono davvero i fondi interprofessionali

I fondi paritetici interprofessionali sono organismi istituiti da accordi tra le organizzazioni datoriali e sindacali più rappresentative a livello nazionale — Confindustria, CGIL, CISL, UIL e altre.

Sono enti privati, vigilati dal Ministero del Lavoro, che hanno il compito di raccogliere i contributi dello 0,30% e redistribuirli sotto forma di finanziamenti per la formazione continua dei lavoratori dipendenti.

La base normativa, come detto, è la Legge 388/2000, ma nel tempo il sistema è stato aggiornato più volte, da ultimo con il Decreto Direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026 del Ministero del Lavoro, che ha introdotto nuove linee guida su attivazione, funzionamento e vigilanza dei fondi.

A oggi in Italia sono attivi 19 fondi interprofessionali, ognuno con una vocazione settoriale o generalista.

L’elenco ufficiale aggiornato è consultabile sul sito del Ministero del Lavoro.

Tra i principali troviamo:

  • Fondimpresa — il fondo di Confindustria, il più grande per masse gestite: da solo assorbe il 48,7% delle risorse totali trasferite dall’INPS ai fondi nel 2023, secondo il XXIV Rapporto INAPP sulla formazione continua 2023-2024.
  • FonARCom — fondo generalista multisettoriale, già scelto da oltre 240.000 aziende e più di 1.600.000 lavoratori, particolarmente diffuso tra le piccole imprese.
  • Fondoprofessioni — il fondo dedicato specificamente agli studi professionali (commercialisti, avvocati, notai, consulenti del lavoro, ingegneri, architetti, ecc.). Se hai uno studio professionale con dipendenti, questo è probabilmente il fondo che fa per te.
  • For.Te — dedicato al commercio e ai servizi, uno dei più attivi per avvisi rivolti alle piccole imprese.
  • FondArtigianato — specifico per le imprese artigiane.

La scelta del fondo non è vincolata al settore: puoi aderire a un fondo diverso da quello di riferimento del tuo CCNL, anche se di norma conviene restare nel proprio ecosistema settoriale per massimizzare le opportunità di avvisi specifici.

Il problema è che la maggior parte delle piccole imprese non lo usa

Eccoci al cuore della questione. I dati dicono una cosa abbastanza sconfortante: secondo una ricerca citata da Paradigma, solo il 19% delle imprese utilizza i fondi interprofessionali come canale di finanziamento della formazione, mentre il 78,2% continua a ricorrere esclusivamente a risorse proprie.

In altre parole, quattro aziende su cinque pagano il contributo e non ne vedono tornare niente.

Il problema si acuisce proprio tra le realtà più piccole.

Il Rapporto INAPP 2023-2024 riporta che i tassi di coinvolgimento delle microimprese variano da un minimo di appena l’1,5% della platea potenziale fino a un massimo del 15,8% nel caso di Fondimpresa.

Stiamo parlando, cioè, di realtà che teoricamente potrebbero beneficiare del sistema ma che, per ragioni diverse — scarsa informazione, complessità percepita, mancanza di tempo — di fatto ne rimangono fuori.

Nel frattempo, l’Italia arranca nella formazione continua.

I dati più recenti mostrano che nel 2022 solo il 9,6% della popolazione adulta italiana tra i 25 e i 64 anni ha partecipato ad attività di istruzione e formazione, a fronte di una media UE dell’11,9%, collocando l’Italia al 18° posto nel ranking europeo. E solo il 21,1% delle microimprese ha formato i propri lavoratori nel 2023, contro il 54,2% delle grandi aziende.

Un divario enorme, che si traduce anche in un divario di competitività.

Come funziona concretamente: le due strade principali

Una volta che aderisci a un fondo (operazione gratuita, che si fa tramite il sistema UNIEMENS dell’INPS), esistono fondamentalmente due modalità per accedere ai finanziamenti.

La prima è il Conto Formazione (o Conto Aziendale).

Con questa modalità, il tuo fondo accantona una quota dei contributi che versi — di solito fino all’80% — in un “conto” virtuale intestato alla tua azienda.

Puoi usare queste risorse per presentare piani formativi aziendali, in autonomia o attraverso un ente di formazione accreditato.

È la strada più diretta e personalizzabile, ma richiede un minimo di struttura organizzativa per gestire la pratica.

In linea generale è più adatta ad aziende un po’ più strutturate o che vogliono fare formazione su misura.

La seconda è l’Avviso di sistema.

In questo caso il fondo pubblica periodicamente dei bandi tematici — su digitalizzazione, intelligenza artificiale, sicurezza, competenze manageriali, lingue, ecc. — e le aziende o gli enti di formazione possono presentare progetti per ottenere un finanziamento.

La logica è mutualistica: le risorse del fondo vengono redistribuite tra le imprese che partecipano al bando, incluse le micro e piccole che da sole avrebbero risorse accantonate troppo esigue per fare formazione significativa. È la modalità pensata apposta per te.

Esistono poi soluzioni ibride come i voucher formativi, sempre più diffusi, che permettono di accedere a singoli corsi preselezionati dal fondo senza dover costruire un piano formativo completo. Ideali per chi ha poco tempo e vuole una soluzione rapida.

Puoi finanziare molto più di quanto pensi

Un altro pregiudizio da sfatare: non si finanzia solo la “formazione tradizionale” in aula.

Il ventaglio di attività finanziabili è ampio e in continua espansione. Secondo quanto pubblicato sul sito di Fondimpresa, i piani formativi possono coprire formazione aziendale, interaziendale, settoriale e territoriale, e riguardare praticamente qualunque competenza professionale.

In concreto, i dati del 2024 riportati da Paradigma mostrano che le aziende italiane che investono in formazione si concentrano su: aggiornamento delle competenze tecnico-professionali (96,9% dei casi), percorsi di reskilling e nuove competenze operative (81%), innovazione di processo e di prodotto (58,2%) e formazione manageriale (47,1%).

Tradotto per uno studio professionale o una piccola impresa, questo significa che puoi finanziare corsi su software gestionali, aggiornamenti normativi obbligatori (privacy, antiriciclaggio, sicurezza sul lavoro), competenze digitali di base, utilizzo dell’intelligenza artificiale, gestione del tempo, comunicazione con i clienti, lingue straniere, e molto altro.

L’importante è che la formazione riguardi i dipendenti, non il titolare — anche se alcuni fondi hanno strumenti specifici per i soci lavoratori e, in taluni casi, per figure non dipendenti che l’azienda intende assumere al termine del percorso.

Un miliardo di euro, e solo una piccola parte va alle micro imprese

Per capire la dimensione del fenomeno: nel 2023, per la prima volta nella storia, le risorse destinate ai fondi interprofessionali hanno superato il miliardo di euro.

Un traguardo storico, sottolineato dal Rapporto INAPP 2023-2024, determinato dalla crescita occupazionale e dalla rivalutazione del monte salari.

Sempre nel 2023, il totale dei finanziamenti dei piani approvati ha raggiunto 923 milioni di euro, contro i 695 milioni del 2021. Un sistema in crescita, quindi, con più risorse disponibili anno dopo anno.

Eppure, a fronte di 750.000 imprese aderenti ai fondi nel 2022 (con una forza lavoro di quasi 10 milioni di dipendenti, secondo i dati di FORME), le aziende effettivamente coinvolte in piani formativi sono state solo il 12% circa di quelle aderenti.

E la stragrande maggioranza dei lavoratori formati appartiene a grandi aziende: una fonte citata nel Sole 24 Ore riportava che su 10 dipendenti che seguono corsi finanziati, solo uno lavora in una PMI. Gli altri nove lavorano in grandi aziende.

Il 90% delle risorse, quindi, va a chi probabilmente avrebbe i mezzi per formarsi anche senza aiuto pubblico.

Questo non è necessariamente colpa di qualcuno. È il risultato di un sistema in cui le grandi aziende hanno risorse umane dedicate, consulenti interni, procedure consolidate.

Le piccole imprese e gli studi professionali, al contrario, spesso mancano del tempo e delle competenze per navigare la burocrazia.

Ma il risultato pratico è che stai finanziando la formazione di aziende che hanno 500 dipendenti mentre la tua si arrangia da sola.

Il rischio dello storno: i soldi che spariscono se non li usi

C’è un aspetto che vale la pena conoscere bene: il meccanismo dello storno.

Se aderisci a un fondo ma non attivi nessun piano formativo entro i termini previsti, le risorse accumulate sul tuo conto vengono riportate al fondo comune e non sono più a tua disposizione. In pratica le perdi.

Come spiega IN.SI., ogni anno a ridosso dell’autunno migliaia di aziende si accorgono troppo tardi che una parte delle risorse accumulate sta per scadere.

Le scadenze variano da fondo a fondo: Fondimpresa, ad esempio, prevede termini per l’attivazione dei piani relativi a ciascuna annualità; For.Te applica una scadenza a 36 mesi dall’accredito INPS per ogni annualità; FonARCom prevede proroghe ma richiede attenzione costante al calendario.

Il messaggio pratico è semplice: aderire è il primo passo, ma aderire e non fare nulla equivale a non aderire.

Il vantaggio reale si ottiene solo pianificando, anche con un minimo di anticipo, le attività formative da finanziare.

I fondi più utili se hai uno studio professionale o una micro impresa

Se sei un commercialista, un avvocato, un consulente del lavoro, un notaio, un architetto, un ingegnere o eserciti qualunque altra libera professione con dipendenti, il fondo pensato apposta per te è Fondoprofessioni.

È dedicato specificamente agli studi professionali, ha avvisi calibrati sulle esigenze tipiche del settore e una platea di aderenti omogenea con la tua realtà.

Secondo l’Osservatorio delle Libere Professioni (2024), nel settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche, Fondoprofessioni detiene una quota di mercato del 17,5%, ed è il fondo di riferimento nel campo della sanità e assistenza sociale con il 25,2%.

Se invece hai una piccola impresa nel commercio o nei servizi, For.Te è tradizionalmente molto attivo con avvisi accessibili anche alle micro aziende. FonARCom è un’ottima alternativa generalista, con una base di oltre 240.000 aziende aderenti e una reputazione di agilità burocratica.

Se sei nel settore artigiano, FondArtigianato è il riferimento naturale.

Non esiste una risposta universale su “quale fondo scegliere”: dipende dal tuo CCNL di riferimento, dal settore, dalla dimensione e dagli obiettivi formativi.

Ma la cosa più importante è che tu faccia una scelta e la attivi, invece di lasciare che il contributo vada disperso.

Come si aderisce: il percorso pratico

La procedura di adesione è meno complicata di quanto si pensi. Ecco come funziona in sintesi.

Il primo passo è scegliere il fondo a cui vuoi aderire, consultando l’elenco ufficiale sul sito del Ministero del Lavoro e il sito dello stesso fondo per capirne le caratteristiche.

Ogni fondo ha un codice di adesione INPS che dovrai comunicare al tuo consulente del lavoro o commercialista.

Il secondo passo è comunicare l’adesione tramite il flusso UniEmens, il sistema telematico con cui ogni mese invii all’INPS i dati contributivi dei tuoi dipendenti.

In pratica basta inserire il codice del fondo scelto nella posizione prevista: da quel momento in poi il contributo dello 0,30% viene dirottato automaticamente verso il fondo.

È un’operazione che richiede pochi minuti al tuo consulente del lavoro o al tuo commercialista.

A quel punto sei iscritto. Le risorse iniziano ad accumularsi.

Il passo successivo — attivare un piano formativo o rispondere a un avviso — può avvenire nei mesi successivi, con la dovuta programmazione.

Puoi farlo in autonomia se hai dimestichezza con la burocrazia, oppure affidarti a un ente di formazione accreditato al fondo, che si occuperà di tutta la gestione pratica della pratica (sì, c’è un bel po’ di carta) mentre tu ti limiti a indicare cosa vuoi fare formare e chi.

Nuove regole, più chiarezza: le Linee Guida 2026

Vale la pena sapere che il sistema dei fondi ha appena ricevuto un aggiornamento normativo significativo.

Con il Decreto Direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026, il Ministero del Lavoro ha adottato nuove Linee Guida che ridefiniscono criteri di attivazione, funzionamento e vigilanza dei fondi paritetici interprofessionali.

Il decreto sostituisce la precedente Circolare n. 36 del 2023 e la Circolare ANPAL n. 1 del 2018.

Le novità principali riguardano una maggiore trasparenza nella gestione delle risorse, la definizione più chiara delle categorie di spesa ammissibili, e un rafforzamento del sistema di controllo.

Nel complesso, l’obiettivo è rendere il sistema più affidabile e omogeneo, anche per le imprese più piccole che spesso avevano difficoltà a orientarsi tra le regole dei diversi fondi.

Sono stati inoltre stanziati oltre 125 milioni di euro aggiuntivi per soddisfare le richieste di finanziamento rimaste inevase.

Tre obiezioni classiche (e perché non reggono)

A questo punto avrai probabilmente qualche obiezione nella testa. Sento sempre le stesse tre, e vale la pena affrontarle direttamente.

“Non ho tempo per gestire tutta questa burocrazia.”

È vero che c’è della burocrazia. Ma delegarla a un ente di formazione accreditato — che è nella prassi normale del settore — significa che il tuo tempo è praticamente zero.

Dai il via libera, scegli i corsi, i tuoi dipendenti li frequentano.

Fine del tuo coinvolgimento operativo.

“I miei dipendenti sono pochi, le risorse sarebbero ridicole.”

È vero che con 2 o 3 dipendenti il tuo conto formazione sarà piccolo.

Ma gli avvisi pubblici hanno una logica mutualistica: puoi accedere a finanziamenti molto più alti della tua quota individuale, proprio perché le risorse del fondo vengono messe a sistema.

Un avviso per le micro imprese può finanziare corsi per un importo di 2.000-5.000 euro anche se i tuoi versamenti individuali coprono poche centinaia di euro.

“Non sono sicuro che la formazione serva davvero.”

I dati dicono il contrario. Le aziende che investono in formazione continuativa mostrano maggiore produttività, minore turnover e maggiore capacità di adattamento al cambiamento.

Ma al di là dei dati aggregati, pensa a quanto vale per te avere un dipendente aggiornato sull’ultimo software gestionale, o un collaboratore che gestisce meglio la comunicazione con i clienti.

La domanda vera non è se la formazione serve, ma se stai già pagando per averla senza usarla.

Il quadro in sintesi: numeri che parlano chiaro

Ricapitoliamo i numeri chiave per avere una fotografia nitida della situazione:

Il sistema conta 750.000 imprese aderenti per una forza lavoro di quasi 10 milioni di dipendenti.

Nel 2023 ha gestito oltre 1 miliardo di euro di contributi.

I piani formativi approvati hanno distribuito 923 milioni di euro.

Eppure solo il 19% delle imprese usa attivamente i fondi, e solo il 12% degli aderenti attiva piani formativi.

Le microimprese hanno un tasso di coinvolgimento che va dall’1,5% al 15,8%. E il 90% dei lavoratori formati con i fondi lavora in grandi aziende.

Se sei il titolare di uno studio o di una piccola impresa, questi numeri ti dicono una cosa precisa: sei nella fascia che di fatto finanzia il sistema e non ne beneficia.

Non perché non ne abbia diritto — ce l’hai eccome — ma perché nessuno te l’ha mai spiegato in modo semplice.

Quello che puoi fare questa settimana

Non ci sono grandi investimenti da fare, non ci sono rischi da prendere.

Le azioni concrete che puoi mettere in campo da subito sono poche e chiare.

  1. Chiama il tuo consulente del lavoro o il tuo commercialista e chiedi a quale fondo sei iscritto (se lo sei) e quante risorse hai accumulato.
    Se non sei iscritto a nessun fondo, chiedi di attivare l’adesione nel prossimo flusso UniEmens.
  2. Vai sul sito del fondo di riferimento per il tuo settore e consulta gli avvisi aperti.
    I fondi pubblicano regolarmente bandi anche con scadenze a sportello, cioè accessibili in qualsiasi momento finché ci sono risorse disponibili.
    Il sito FORME tiene aggiornato un elenco degli avvisi aperti di tutti i fondi: è un punto di partenza rapido e utile.
  3. Contatta un ente di formazione accreditato al fondo e chiedi una valutazione gratuita (molti la offrono) su cosa puoi fare con le risorse disponibili. Spesso ti propongono percorsi già pronti, con tutta la gestione burocratica inclusa nel servizio.

Non serve rivoluzionare nulla. Serve solo smettere di ignorare uno strumento che esiste da più di vent’anni, è finanziato con i tuoi contributi, ed è progettato esattamente per realtà come la tua.

Formare oggi per competere domani

Viviamo in un momento in cui le competenze si aggiornano a una velocità mai vista prima.

L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione dei processi, le nuove normative fiscali e privacy, i cambiamenti nei modelli di lavoro: tutto richiede aggiornamento continuo.

Senza parlare della sempre maggiore importanza di tutte le competenze trasversali (di cui abbiamo già parlato).

La differenza tra uno studio professionale o una piccola impresa che resta competitiva e uno che arranca non è sempre una questione di dimensioni o capitali.

Spesso è una questione di conoscenza aggiornata, di un team capace di usare gli strumenti giusti nel modo giusto.

I fondi interprofessionali non sono la soluzione a tutto. Ma sono uno strumento concreto, finanziato — almeno in parte — con soldi che già versi ogni mese, che ti permette di investire in formazione senza mettere mano al portafoglio.

Ignorarli non è una scelta neutrale: è lasciare soldi sul tavolo mentre qualcun altro li prende al posto tuo.

E adesso che lo sai, non hai più l’alibi dell’ignoranza.

Gualtiero Tronconi