C’è una frase che si sente spesso nelle PMI e negli studi professionali: «Lui non ha bisogno di formazione. Fa questo lavoro da trent’anni.»
È una convinzione molto diffusa.
E, almeno in apparenza, sembra anche logica.
Se una persona ha decenni di esperienza, conosce perfettamente il proprio lavoro, ha affrontato centinaia di situazioni diverse e rappresenta un punto di riferimento per colleghi e clienti, perché dovrebbe continuare a formarsi?
La risposta è semplice.
Perché il mondo in cui ha maturato quella straordinaria esperienza non è più lo stesso.
Ed è proprio questo il punto.
L’esperienza continua ad avere un valore enorme. Ma, da sola, non basta più.
Secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum, entro il 2030 circa il 39% delle competenze oggi richieste subirà una trasformazione significativa a causa dell’evoluzione tecnologica, organizzativa e normativa.
Questo significa che nessuno, indipendentemente dall’età o dall’anzianità professionale, può permettersi di smettere di imparare.
L’esperienza è un patrimonio. Ma non è una garanzia.
Chi lavora da molti anni possiede qualcosa che nessun corso può insegnare.
Ha sviluppato intuizione.
Ha imparato a leggere le situazioni.
Ha costruito relazioni.
Ha affrontato errori, cambiamenti, clienti difficili e momenti complessi.
Questo patrimonio è preziosissimo.
Ma esiste un rischio.
Confondere esperienza con aggiornamento.
Perché sono due cose completamente diverse.
Una persona può avere vent’anni di esperienza.
Oppure può avere un anno di esperienza ripetuto venti volte.
La differenza sta nella capacità di continuare a evolvere.
Il cambiamento corre più veloce dell’esperienza
Negli ultimi cinque anni il modo di lavorare è cambiato più rapidamente che nei venti precedenti.
Sono cambiate:
- le tecnologie;
- gli strumenti digitali;
- le modalità di comunicazione;
- le aspettative dei clienti;
- l’organizzazione del lavoro;
- la normativa;
- l’intelligenza artificiale.
Un professionista estremamente competente dieci anni fa potrebbe oggi trovarsi in difficoltà semplicemente perché il contesto è cambiato.
Non perché sia meno preparato.
Ma perché le regole del gioco sono diverse.
Il rischio più grande? Pensare di sapere già tutto.
Esiste un fenomeno ben conosciuto anche nella psicologia dell’apprendimento.
Più aumenta l’esperienza, maggiore può diventare la resistenza al cambiamento.
Non per mancanza di capacità.
Ma perché ciò che ha funzionato per anni tende a essere percepito come l’unico modo corretto di lavorare.
È il classico:
«Abbiamo sempre fatto così.»
Ed è probabilmente una delle frasi più pericolose per qualsiasi organizzazione.
Perché il mercato evolve.
I clienti evolvono.
La tecnologia evolve.
E chi smette di imparare, lentamente, smette anche di crescere.
I senior sono fondamentali per il trasferimento delle competenze
C’è però un altro aspetto che rende ancora più strategica la formazione dei professionisti senior.
Sono loro a trasmettere cultura aziendale.
Sono loro che insegnano ai nuovi collaboratori.
Sono loro il punto di riferimento interno.
Se un senior aggiorna continuamente le proprie competenze, tutta l’organizzazione cresce.
Se invece rimane fermo, rischia di trasferire anche abitudini non più efficaci.
La formazione dei senior, quindi, produce un effetto moltiplicatore.
Non migliora soltanto una persona.
Migliora tutte quelle che lavorano con lei.
Le soft skill non hanno una data di scadenza
Molti pensano alla formazione dei senior esclusivamente in termini tecnici.
In realtà le competenze trasversali diventano ancora più importanti con l’aumentare delle responsabilità.
Pensiamo a:
- leadership;
- comunicazione;
- gestione del cambiamento;
- negoziazione;
- coaching dei collaboratori;
- gestione dei conflitti.
Sono competenze che permettono ai professionisti più esperti di trasformare la propria esperienza in valore condiviso.
Secondo il LinkedIn Workplace Learning Report, le organizzazioni che investono nello sviluppo continuo delle competenze aumentano coinvolgimento, capacità di adattamento e retention.
E questo riguarda tutte le generazioni.
L’intelligenza artificiale cambia anche il ruolo dei senior
Negli studi professionali e nelle PMI l’arrivo dell’intelligenza artificiale sta modificando profondamente il lavoro quotidiano.
Molte attività ripetitive possono essere automatizzate.
Documenti.
Analisi.
Ricerca di informazioni.
Produzione di contenuti.
Ma proprio per questo aumenta il valore dell’esperienza.
Il professionista senior non deve competere con l’AI.
Deve imparare a utilizzarla.
Chi possiede esperienza e sa sfruttare strumenti come ChatGPT, Copilot o altri assistenti intelligenti diventa enormemente più efficace.
Chi li ignora rischia invece di perdere progressivamente competitività.
La formazione rompe anche un altro pregiudizio
Spesso si pensa che i percorsi formativi siano rivolti soprattutto ai giovani.
È una visione superata.
Le aziende più evolute parlano ormai di lifelong learning, apprendimento permanente.
Non esiste un’età in cui si smette di imparare.
Esiste solo un mercato che continua a cambiare.
E questo riguarda tutti.
Il ruolo dell’imprenditore
Molti imprenditori investono volentieri nella formazione dei nuovi assunti.
È corretto.
Ma spesso dimenticano chi rappresenta il patrimonio più importante dell’azienda.
Le persone con maggiore esperienza.
Sono loro che gestiscono i clienti più importanti.
Che prendono le decisioni più delicate.
Che rappresentano il volto dell’azienda.
Lasciarle senza aggiornamento significa rallentare proprio le figure con il maggiore impatto sul business.
L’esperienza è il punto di partenza, non il traguardo
Forse dovremmo cambiare prospettiva.
La formazione non serve perché manca esperienza.
Serve proprio perché l’esperienza possa continuare a generare valore.
Un professionista senior che continua a formarsi diventa una risorsa straordinaria.
Conosce il passato.
Comprende il presente.
Ed è pronto ad affrontare il futuro.
Perché il vero vantaggio competitivo non è avere tanti anni di esperienza.
È avere tanti anni di esperienza… e continuare ogni giorno ad aggiungerne uno nuovo.
Gualtiero Tronconi