Scrivere

Un tempo, quando mi chiedevano quale fosse il mio lavoro la risposta era facile: io scrivo…

In realtà, ora che la risposta è molto più impegnativa e lunga, mi rendo conto che scrivere è, ed è stato, più di un lavoro per me, una vera è propria esigenza, una necessità.

Non è sempre stato così, da piccolo odiavo scrivere… sono anche stato rimandato in italiano in prima superiore perché i miei temi erano mal scritti, belle idee ma messe giù alla meglio.

Poi ho scoperto la magia delle parole, ho scoperto che hanno un suono, un ritmo. Ho scoperto che messe in un certo ordine possono fare miracoli, possono far piangere le persone, oppure farle ridere, oppure confonderle fino a perdersi…

Ora, in un’epoca in cui mettere la punteggiatura in un messaggio è “una roba da vecchi sfigati”, io non mi arrendo e, ora che non mi pagano per farlo, posso armarmi di cesello come un ebanista per scegliere ogni singola parola che scrivo, posizionare con la calma di uno scacchista la punteggiatura, selezionare come uno stratega quando far scendere in campo un verbo o un altro.

Scrivere per me è comunicare, a un livello più profondo, più intimo, assomiglia molto a suonare, è mettersi a nudo, immaginare le reazioni degli altri e reagire a tua volta, una danza senza musica, un solitario passo a due, un duetto immaginario con il lettore.

Allora, anche se sempre meno, ogni tanto prendo in mano la penna e indugio in questa pratica di onanismo in pubblico, come un suonatore di strada che se ne fotte dei passanti al punto da farli fermare tutti a sentire le sue note…

Suonare

È difficile per me raccontare cosa sia la chitarra.

Non parlo del pezzo di legno con sei corde attaccate, parlo della voce di quello strumento, che sia io a suonarla o che sia Eric Clapton live al Budokan di Tokyo nel 1979 (Just One Night) che intona Double Trouble…

Quando sento quella voce, quel bending che sembra strappare la carne dalle ossa non posso che innamorarmi nuovamente di questo strumento, ogni volta come la prima volta.

Racconto sempre che la chitarra mi ha salvato la vita, credo profondamente sia vero,. Mi ha portato fuori dalla brutta zona dove sono cresciuto, mi ha fatto suonare con gente diversa, in tutti i sensi possibili, ha dato uno scopo ai miei pomeriggi.

La musica è sempre con me e, come potrai indovinare, più chitarre ci sono più mi piace… che sia il re del riff e dell’accompagnamento Jimmy Page o il dio della sei corde Jimi Hendrix, passando per l’acustica di Michael Hedges o di John Butler.

Non importa che siano vecchi dischi come Lucille di B.B. King del 1968 o Passion and Warfare di Steve Via del 1990 o addirittura The Story of Sonny Boy Slim di Gary Clark Jr. del 2015

Non importa che sia texas blues come Stevie Ray Vaughan o jazz Wes Montgomery o hard rock come Angus Young o sperimentale come Robert Fripp o classico come Eliot Fisk o folk come John Renbourn, basta che sia musica, basta che sia chitarra.

Roberta, la mia compagna, dice che quando suono sembra sempre che io soffra, forse perché quella è la voce del mio dolore, è il modo migliore che ho trovato per dire tutto ciò che è inconfessabile, impronunciabile, sconveniente e offensivo, e la voce della mia rabbia e della mia frustrazione, del mio dolore e della mia tristezza.

Un giorno Bebo, il più piccolo dei figli di Roberta, mi ha chiesto come mai siano più belle le canzoni tristi di quelle allegre e io gli risposi che quando uno è allegro va fuori con la sua bella e non sta in casa a suonare, va al mare, esce con gli amici… è quando ai quell’enorme rospo da ingoiare che a volte è la vita che prendi in mano la tua chitarra preferita e inizia la catarsi, il viaggio alla scoperta di un posto luminoso e pieno di pace al di là di della mediocrità che cerca di ingoiarci.

Quindi, io non so se esista un dio, non so davvero, se ci fosse lo ringrazierei certamente per aver dotato l’uomo dell’ingegno sufficiente a costruire una chitarra.